“L’apparizione” di Gustave Moreau

"L'apparizione" di Gustave Moreau

Al centro di una sala dello straordinario palazzo di Erode, appare una visione terrificante alla principessa Salomé: la testa decapitata di Giovanni Battista. L’episodio biblico narra che Salomè, figlia di Erodiade e di Erode Filippo, innamorata del cugino di Gesù, Giovanni Battista, ma non ricambiata, in occasione di un banchetto ottenne dal re Erode, come macabro premio per aver danzato, proprio che l’asceta venisse decapitato. Nel dipinto la testa mozzata del santo, aleggia livida, gettando un’ombra nera sul pavimento, con il collo grondante di sangue, in parte rappreso nella barba e nella punta dei capelli, scrutando con gli occhi sbarrati Salomè. E’ circondata da un’aureola che sprigiona fasci di luce molto luminosa, che si irradiano illuminando l’interno del palazzo, quasi accecando la danzatrice che, atterrita, inclina la testa, volendo respingere l’allucinante apparizione che la inchioda a terra. Con la mano sinistra completamente distesa, punta, con gesto coreografico, il dito verso il santo, quasi per esorcizzare l’apparizione, oggetto del suo odio e al tempo stesso della sua attrazione. Il braccio destro è ritratto e nel pugno stringe un fiore di loto. Il suo corpo adolescente è quasi nudo eppure carico di ornamenti: gioielli e pietre preziose, le cui superfici, colpite dai raggi di fiamma emanati dalla testa mozzata del santo, sembrano ardere intensamente. La testa dell’asceta per altro è visibile solo per Salomè: dietro di lei, ignari di quanto sta accadendo, a mala pena si scorgono gli altri personaggi, nascosti nell’ombra del palazzo, ovvero Erodiade, madre di Salomè, che ha appena saziato il suo odio, ed il sovrano Erode, torreggiante sul trono regale. A destra, una guardia reale velata fino agli occhi, statuaria, con una lancia in pugno e addosso una tunica arancione e rossa, se ne sta ritta sull’attenti, osservando dritto davanti a sé, con lo sguardo immobile, non potendo anch’essa vedere l’apparizione. Sullo sfondo si ergono le massicce colonne del palazzo, con una serie di capitelli molto complessi stilisticamente e nell’intercolumnio si colloca un tempietto orientale, con una scalinata. Vicino ad esso si possono vedere delle statuette di animali. Il pavimento è ricoperto di tappeti sontuosi e in parte anche da fiori.

Moreau non ha voluto semplicemente rappresentare una scena appartenente alla tradizione biblica: in questa sua apoteosi di un’epoca lontana, come dice il decadente Huysmans, l’immagine perde ogni riferimento con la realtà e diviene veicolo di espressione del pensiero, di uno stato d’animo, del mondo interiore. L’immagine della testa del santo quindi, non vuole riecheggiare l’episodio della decapitazione in sè, ma essere simbolo, materializzazione del senso di colpa che torna ad ossessionare Salomé e che l’inconscio proietta esteriormente sotto forma di visione onirica. Quanto alla bella figlia di Erode, personaggio molto ricorrente nelle opere di questo autore, essa non è più semplice oggetto del desiderio maschile, ma diventa simbolo del binomio romantico di eros e thànatos, seduzione e autodistruzione, è la femme fatale, sensuale e al contempo satanica, che incarna nella propria bellezza femminile, esaltata dalla preziosità dei gioielli e degli abiti, il male, la morte, la perversione. In tutta l’opera serpeggia un senso di erotismo carnale, tratto dal Romanticismo, che è quasi raggelato in una pittura contemplativa, asessuata: le figure dipinte da Moreau sono per lo più indistinguibili nei i caratteri sessuali, ma anche nell’età. La stessa Salomè, come la donna di Baudelaire e di Huysmans, è androgina, “mineralizzata”(Bruno Nacci, Massimo Colesanti ).

Nella composizione dell’opera prevale la staticità; i due soggetti principali (Salomè e Giovanni battista) sono inscrivibili in un triangolo che occupa la metà del quadro e che è l’unica parte del dipinto ad essere fortemente illuminata: il resto si confonde nei contrasti chiaroscurali ; i colori predominanti sono il rosso scarlatto (simbolo del sangue, della morte) e il dorato (che richiama l’universo onirico, ma anche un qualcosa di negativo e relativo alla sfera interiore dell’uomo, se lo intendiamo come contaminazione del bianco, colore dell’innocenza); i contorni sono abbastanza ben definiti nella scena dell’apparizione, poi sfumano in uno scenario suggestivo,denso di colori cupi, in cui l’artista ha inciso un’architettura indecifrabile dal punto di vista stilistico, dove si amalgamano figure di mostri pagani, divinità orientali, animali egizi, santi cristiani. Tutta la composizione rimanda ad un gusto per le civiltà lontane, arcaiche e orientali, testimoniato dallo studio da parte dell’autore di ogni minimo particolare decorativo, per realizzare il quale si è avvalso di vari repertori archeologici ed etnografici “cari alla cultura del suo tempo”. Se le sue prime esperienze pittoriche furono classicheggianti, dopo il 1870 il suo stile subisce una svolta e sono molte le sue opere ad avere caratteristiche simili al quadro de “L’apparizione”: figure mitologiche, bibliche e letterarie inserite in ambientazioni sature di elementi simbolici, che trascendono la realtà, concepite al di fuori del tempo, delle epoche e come connubio di più culture. Se confrontiamo quindi la pittura di Moreau con altre produzioni a lui contemporanee (il Realismo e l’Impressionismo, entrambi i quali riproducono con esattezza naturalistica la realtà circostante o le impressioni avute dalla percezione ottica, e di cui il Simbolismo era l’antitesi), notiamo subito qualcosa di estremamente innovativo per l’epoca, come sottolineava d’altra parte lo scrittore Huysmans in À rebours : “(…)la verità è che Gustave Moreau non derivava da nessuno. Senza un vero maestro, senza possibili discepoli, restava unico nell’arte contemporanea.(…)” La pittura di Gustave Moreau, il cui stile trae ispirazione in parte al tardo Delacroix e alla poetica “visionaria” di alcuni protoromantici del Settecento-Ottocento come Füssli, Blake, fondamentale per l’estetica decadente e simbolista, ma anche ispiratrice dei surrealisti(come Salvador Dalì e Max Ernst ), anticipa di almeno un decennio l’immaginazione degli artisti legati al Simbolismo, che vedranno in lui un precursore del loro movimento.
Negli ultimi venticinque anni del secolo, Moreau, “rinnova profondamente il proprio stile, sviluppando all’estremo i risvolti fantastici e inquietanti rintracciabili anche in soggetti classici o biblici.” Inoltre nell’ultimo periodo della sua vita, nominato nel 1891 professore all’Accademia di Belle Arti di Parigi, avrà tra i suoi allievi anche molti futuri esponenti del fauvismo, come Matisse.

« Credo solo a ciò che non vedo e unicamente a quello che sento. (Gustave Moreau) »

L’opera di Moreau pur non essendo coeva al Simbolismo, movimento artistico nato in Francia attorno al 1885, può inserirsi in questo filone artistico, per via delle numerose connessioni che lo legano ad esso e addirittura lo preannunciano. Il Simbolismo è considerato una delle più importanti correnti artistiche della fine del XIX secolo. La sua poetica, in netta contrapposizione sia alle poetiche naturalistiche e scientifiche del Realismo e dell’Impressionismo, costituisce un ponte tra l’Ottocento e il Novecento, influenzando e ponendo le premesse fondamentali alle Avanguardie del XX secolo. Secondo i simbolisti la pittura deve comunicare idee e stati d’animo ed esprimere la complessità del sogno, dell’immaginazione. La natura dev’essere reinterpretata dall’artista secondo la propria visione soggettiva e tra essa e il mondo interiore si possono ricostruire delle sottili corrispondenze, sotto forma di simboli. Il simbolo quindi è la parola chiave di questo movimento: compito dell’artista è quello di evocare le corrispondenze, i simboli che la natura racchiude e pertanto elabora un linguaggio nuovo, non più logico, ma analogico.

Nei simbolisti e in generale negli artisti della fine della seconda metà dell’Ottocento si manifesta un disagio nei confronti della società borghese emergente, che acclamava il trionfo della scienza, e di conseguenza una reazione a tutti gli aspetti ideologici, morali e letterali del Positivismo, corrente di pensiero che propugnava la scienza come fondamento di ogni forma di conoscenza. Questi artisti avvertivano infatti la crisi dei valori di fine Ottocento, sconvolto dalla Rivoluzione Industriale, dai conflitti di classe, da un progressivo scatenarsi degli imperialismi, da un’ostentata affermazione della superiorità dell’uomo bianco, dal decadere dei più nobili ideali romantici ; percepivano il fallimento del sogno più ambizioso del Positivismo: la persuasione che la scienza, distruggendo le “superstizioni” religiose, sarebbe riuscita a dare una spiegazione razionale ed esauriente del mistero della vita e avrebbe posto i fondamenti di una migliore convivenza degli uomini grazie alla forza illuminante ed assoluta della ragione, già emblema dell’Illuminismo. Viene manifestata, dunque, la sfiducia verso la scienza, la quale non è capace di penetrare nell’animo umano, né di spiegare i desideri dell’inconscio (quel mondo che Sigmund Freud esplorerà) e il bisogno per gli uomini di esplorare l’ignoto.

Gustave Moreau viene citato “come esempio irrinunciabile della pittura simbolista” da Joris-Karl Huysmans, “uno dei principali propugnatori del Simbolismo tra letteratura e arti visive”. Nel suo romanzo semi-autobiografico À rebours (Controcorrente ) del 1884, considerato il “manifesto” del Decadentismo europeo viene descritto nei minimi particolari il quadro “L’Apparizione”, in quanto opera molto apprezzata proprio per il suo simbolismo e la sua raffinatezza estetica dal protagonista Des Esseintes : “Il delitto era compiuto; ora il carnefice stava impassibile, con le mani sul pomo della lunga spada. macchiata di sangue. La testa decapitata del santo si era sollevata dal piatto posato sul pavimento e guardava, livida, con le labbra esangui, aperte, con il collo scarlatto, gocciolante lacrime. Un mosaico circondava il volto da cui si sprigionava un’aureola irradiandosi in fasci di luce sotto i portici. illuminando la spaventosa ascesa della testa, accendendo il globo vitreo delle pupille, fissate, quasi aggrappate alla danzatrice.
Con un gesto d’orrore, Salomé respinge la terrificante visione che la inchioda, immobile, sulle punte; i suoi occhi si dilatano, la mano stringe in modo convulso la gola.
E’ quasi nuda; nella frenesia della danza, i veli si sono sciolti, i broccati sono caduti: è vestita solo di gioielli e lucidi minerali; un corpetto, come un busto, le stringe la vita e, a mo’ di superbo fermaglio, un meraviglioso gioiello dardeggia lampi nell’incavo dei seni; più in basso, una cintura le circonda le anche, nasconde la parte superiore delle cosce battute da un gigantesco ciondolo dove scorre un fiume di carbonchi e di smeraldi; infine, sul corpo rimasto nudo, tra il corpetto e la cintura, il ventre si marca, scavato da un ombelico il cui foro sembra un sigillo di onice, dai toni lattiginosi, dalle tinte d’un rosa di unghia.Colpite dai raggi ardenti emanati dalla testa del Precursore, tutte le sfaccettature dei gioielli s’infiammano; le gemme si animano. disegnano il corpo della donna con tratti incandescenti, la pungono al collo, alle gambe, alle braccia con aghi di fuoco, vermigli come carboni accesi, viola come getti di gas, azzurri come fiamme di alcol, bianchi come raggi di stelle.
L’orribile testa fiammeggia, sempre sanguinando, mettendo grumi di porpora scura alle estremità della barba e dei capelli.

Un altro riferimento letterario lo troviamo ne La strada di Swann, de La ricerca del tempo perduto, (La récherche du temps perdu, 1913) di Marcel Proust, dove il personaggio Odette ricorda al protagonista Swann “L’apparizione” di Gustave Moreau: “Un giorno che riflessioni di questo genere lo riportavano ancora al ricordo del tempo in cui gli avevano parlato di Odette come di una mantenuta, e una volta di più si divertiva ad apporre quella personificazione strana, la mantenuta, – miscuglio cangiante di elementi ignoti e diabolici, inghirlandato, come un’apparizione di Gustave Moreau, di fiori intrecciati a preziosi gioielli…

BIBLIOGRAFIA

Sul Simbolismo:

GUASTALLA  S., DIEGOLI  M., La nuova bottega dell’arte, Paravia Bruno Mondatori Editori, 2000.
AA.VV.L’enciclopedia, vol 18, Sante-Sped,  La biblioteca di Repubblica, Roma, Gruppo Editoriale  L’Espresso S.p.A.,Divisione La Repubblica, 2003.
AA.VV.L’enciclopedia tematica, Arte, vol 3, ORE-Z, L’Espresso Grandi Opere, Roma, Gruppo Editoriale  L’Espresso S.p.A., 2005.

Su Gustave Moreau e la sua opera:

GUASTALLA S., DIEGOLI M., La nuova bottega dell’arte, Milano, Paravia Bruno Mondadori Editori, 2000.

AA.VV.L’enciclopedia, vol 14, Mik-Niet, La biblioteca di Repubblica, Roma, Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A., Divisione La Repubblica, 2003.

COTTINO ALBERTO, DANTINI MICHELE , GUASTALLA SILVIA , La storia dell’arte, Grammatica dell’arte, Archimede edizioni, Milano, Paravia Bruno Mondadori Editori, 2004.

AA.VV.L’enciclopedia tematica, Arte, vol 2, FIR-ORD, L’Espresso Grandi Opere, Roma, Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A., 2005.

Fonti letterarie:

BAUDELAIRE CHARLES, I fiori del male, Roma, Newton & Compton Editori, 1998, introduzione a cura di Massimo Colesanti, traduzione italiana di Claudio Rendina.

HUYSMANS JORIS-KARL , Controcorrente, Roma, Newton & Compton Editori, 1998, introduzione a cura di Bruno Nacci, traduzione italiana di Ida Sassi.

Sitografia:

http://web.dsc.unibo.it/~ifabbri/ig/pittura.html


Già pubblicato su A Decadent Soul, 14 febbraio 2008.

4 commenti

  1. Tobia said,

    dicembre 4, 2010 a 4:50 pm

    Sulle numerose Salomè o figure di donne fatali del simbolismo e decadentismo – la divisione di un’unica sensibilità in diversi movimenti, correnti, scuole fa sempre sorridere non trovi? – il riferimento obbligato è il saggio “la carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica” di Mario Praz, te lo consiglio; edito da rizzoli.
    Interessante anche l’altro articolo (“cos’è il decadentismo”): vale comunque l’osservazione di cui sopra a proposito della sensibilità. Sui risultati duraturi conseguiti dal decadentismo nell’ambito del romanzo avrei avuto qualche dubbio a citare altri autori oltre a Huysmans; di fatto ci fu poco talento e molta maniera (si prenda ad esempio Lorrain). Come oggi così allora, durante una moda vi sono poche figure capaci di segnar(ne) reali sviluppi, a fronte di schiere di autori non eccezionali che se da un lato andranno a formare l’ossatura dei celebri “movimenti”, dall’altro troveranno concretamente futuro solo negli scaffali di qualche bibliofilo o curioso. Non credo ci sia bisogno che nomini gli appartenenti all’una come all’altra categoria – potrei farlo comunque; non tutti gli appartenenti alla prima hanno avuto giusta attenzione mentre alcuni della seconda hanno goduto di immeritato successo.
    Tobia

  2. Sakkaku said,

    dicembre 5, 2010 a 10:09 pm

    Grazie del consiglio: è un’ opera che conosco da svariati anni ma che purtroppo non ho mai avuto modo o tempo di leggere. In realtà, io credo che ci sia una sensibile differenza tra “simbolismo” e decadentismo”, laddove il secondo mi pare definizione più ampia ed atteggiamento più evanescente ed atemporale del primo…
    Quanto all’articolo, com’è evidente, non l’ho scritto io, ma due eminenti studiosi, Angelo Jacomuzzi e Bice Mortara Garavelli. Non avrei saputo sintetizzare un argomento così denso con tale magistrale bravura e ricchezza di riferimenti ed essendo questa la sintesi migliore che ho trovato, l’ho citata. Anch’io non sono così sicura che “adesso” il Decadentismo non abbia conseguito risultati duraturi nel romanzo, ma indubbiamente all’epoca questi autori ebbero una risonanza altissima influenzando il secolo successivo… Certo, andrebbero approfondite molte questioni a proposito di questo articolo (e questa è una delle tante): infatti non capisco come mai non sia stato menzionato il Decadentismo brasiliano che ha avuto una sua rilevanza…
    Riguardo all’ultima parte del tuo commento, sono d’accordo con te, molti autori satelliti sono illuminati da poche stelle fisse, però è anche vero che anche gli autori minori hanno il loro fascino e la loro importanza… Inoltre, anche negli scaffali di qualche bibliofilo si possono nascondere fantastici capolavori! Se mi fossi fermata a quelli che vengono comunemente “considerati” autori maggiori, non avrei mai approfondito il Decadentismo… Sarebbe stata una tristezza!
    Mi arrogo il diritto di giudicare chi per me merita o non merita attenzione…😉

  3. Tobia said,

    dicembre 7, 2010 a 10:58 am

    Su differenze ed analogie tra simbolismo e decadentismo ogni studioso dice la sua e questo pare abbastanza tipico dei movimenti dai contorni sfumati, imprecisi, quali essi furono (a pensarci, persino il movimento del parnasse, che sembrerebbe essere più definito, accolse al suo interno artisti poi considerati bandiere del simbolismo e/o del decadentismo). Ancora: potremmo chiederci se il decadentismo e il gusto per la decadenza siano la stessa cosa; dal momento che senza dubbio il secondo trascende generi ed epoche, al primo come genere eminentemente letterario si tende invece a dare collocazione storica più precisa. Per non parlare di tutta la questione linguistica, ovvero: decadentismo nei temi trattati o decadenza della lingua (intesa alla Des Esseintes quando parla degli autori latini)? Il bello, ciò che appassiona, è che si potrebbe discutere per ore di queste cose.
    Sulle discendenze del decadentismo – quanto al romanzo – trovo che vi sia stata influenza limitatamente a quella che si determina con una naturale transizione. Cerco di spiegarmi: considerando o meno il decadentismo un proseguimento del naturalismo (non è una bestemmia, sotto un certo punto di vista à rebours rimane un romanzo naturalista), non trovo che esso abbia innovato i moduli formali del romanzo (rispetto ad esempio a opere come ulisse di Joyce o viaggio al termine della notte di Céline); però – e qui sono d’accordo – i vari Rimbaud, Laforgue, Lautreamont, Jarry (e poi il surrealismo), pur dedicandosi ad altri generi, hanno avuto indubbia influenza sulla produzione letteraria novecentesca.
    Infine: sì, sovente si scovano delle perle nell’opera di artisti “minori”, ma raramente qualcosa di davvero innovativo – è normale in fondo, a un certo punto anche il decadentismo viene superato. Quanti dei racconti crudeli di Villiers sono davvero incisivi? Quanto monsieur de phocas di Lorrain sembra rifarsi a schemi prefissati buoni ormai solo per il grande pubblico (ecco a cosa mi riferivo parlando di maniera)? E via dicendo. C’è da dire che l’esiguità nel numero delle traduzioni italiane non (ci) aiuta (esistono traduzioni di Peladan? e Samain? Barrés?).🙂
    Tobia

    P.S. quell’accenno al decadentismo brasiliano mi ha incuriosito: mi indicheresti qualche autore od opera?

    P.S.2 buona notizia: per il 2011 mondadori ha in programma la ristampa dei racconti crudeli di Villiers (nella stessa traduzione dell’edizione frassinelli, come hanno già fatto con aphrodite di Louys – non sarà granché ma è già qualcosa).

    • Sakkaku said,

      dicembre 13, 2010 a 10:46 pm

      Prima di tutto mi scuso per il ritardo con cui rispondo, ma anch’io sono vulnerabile ai malanni di stagione… Ahimè!😛

      Quanto alla questione delle differenze e delle analogie tra Simbolismo e Decadentismo, io personalmente propendo per la distinzione tra le due categorie, ripeto, inglobando la prima nella seconda che intendo anche come atteggiamento storico culturale. Il Parnassianesimo porta una complicazione ulteriore al discorso… Semplificando si potrebbe dire che all’interno di una moda che aveva come “presupposti” ninfe e ninfee, satiri e gigli, Veneri e classicità rinnovata, s’innesta il gusto inquieto della modernità per il torbido… Autori alle prime armi, come Arthur Rimbaud per intenderci, preferivano sottostarsi a questi canoni estetici che magari rifuggevano pur di farsi un nome in un cenacolo poetico (e i parnassiani si erano ritagliati un certo spazio…), per poi magari rinnegare tutto con poesie dissacranti come “Ce qu’on dit au poète à propos de fleurs”… Ma questa è un’altra storia (e per parallelismi possiamo anche notare la “vicenda” del Neoclassicismo e del Pre-romanticismo, sorti quasi in maniera sincronica nel 1763, e forse non poi tanto diversi visto che anche il primo manifesta caratteri simili al secondo -l’attrazione per la classicità è vissuta con nostalgico rimpianto per un mondo perduto per sempre e di cui si percepisce la distanza, cfr. il Winckelmann, tema che verrà sviluppato dalla “poesia delle rovine” tipicamente romantica…-).

      No il Decadentismo e il gusto per la decadenza non sono la stessa cosa: lo dimostra il fatto che questo “gusto” viene anticipato secoli e secoli prima dalla cultura latina (cfr. i Satyrikà -cioè il Satyricon di Petronio-, i Pharsalia di Lucano, per non parlare delle Metamorfosi di Apuleio -che se non quanto a contenuto almeno quanto a stile sono ben rappresentativi di uno stile e di un’epoca di decadenza-, molto apprezzati tra l’altro da Des Esseintes): non a caso il termine “decadenza” usato nel senso artistico-letterario trova la sua orgine anche in quel quadro di Couture, “I Romani della decadenza” di cui nel post sul Decadenstimo.
      Non ho conoscenze sufficienti circa i romanzi del Decadentismo per rispondere alla domanda, ma certamente dal punto di vista formale, come hai detto tu, esso non ha innovato i caratteri del romanzo, ispirandosi spesso al Naturalismo francese (anche se ho i miei dubbi a considerare il Decadentismo un proseguimento del Naturalismo francese…), però dal punto di vista contenutistico, certo soprattutto attraverso autori “minori”, è giunto fino a noi (diversi romanzi di Cesare Pavese hanno tonalità più decadenti che neorealistiche, non a caso ho letto, da parte del critico letterario Romano Luperini, l’espressione “Neodecadentismo”) con tutte le sue implicazioni psicoanalitiche…

      Certo, le poche traduzioni italiane non aiutano, ma è anche vero che il Decadentismo è sempre stato un fenomeno poco aperto “al grande pubblico”… Oggi invece, nella nostra postmodernità (anche se stando alle ultime novità anche questa era è finita), persino dandysmo e decadentismo e decadenza sono termini entrati nell’uso comune e abbassati a fenomeni di “massa”…

      Certo, anzi, pensavo addirittura di scrivere dei post sul Decadentismo brasiliano, che purtroppo conosco anch’io poco perché ho la possibilità di praticare solo le poesie in originale e non commenti critici (e anche in questo caso non sono presenti grandi traduzioni italiane).

      Se porti un po’ di pazienza fra qualche giorno avrai a disposizione nomi ed opere (e anche qualche assaggio poetico)…

      Meno male! Io però leggevo qualcosa già in francese su Wikipedia, ma un’edizione commentata non fa mai male!


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